Dargen D’Amico - Bir Tawil

Una recensione e analisi, da fan.

Copertina dell’album. Artwork by Studio Cirasa

In questa vita devi fare bei numeri
Aveva ragione Pitagora
Che comunque è morto pure lui
Quindi aveva ragione, ma è una consolazione magra
- Senza restare da soli

Comporre un album da cameretta può essere tanto una necessità quanto una volontà. Può essere una necessità per esempio per il quindicenne che non ha altro mezzo per esprimersi e sentirsi parte del mondo. Può essere una necessità per la band di ventenni che in mezzo a una pandemia provano ancora il bisogno di suonare ed estraniarsi dalle proprie case.
Ma quando diventa una volontà? Forse, provo a indovinare, quando si vuole dare un preciso taglio sonoro al proprio lavoro. Oppure quando si vuole viaggiare attraverso se stessi, per trovarsi, capirsi, privarsi delle contaminazioni esterne.
Quanta necessità e quanta volontà - e anche quanta intenzionalità, aggiungerei - ci sia stata in Dargen nel creare un album così chiuso e solitario, non mi è dato saperlo. Non che debba per forza non essere uscito di casa per tutto il periodo di scrittura (le canzoni sono state scritte nel 2019, quando ancora potenzialmente si poteva uscire di casa). Anzi Dargen viaggia molto e spesso per il mondo - a partire dall’Islanda citata in “La danza samba” - ma quello che arriva all’ascoltatore è proprio questo senso di solitudine, di home made, di cameretta.

Un profumo esattamente opposto agli ultimi due lavori, Variazioni e Ondagranda, scritti rispettivamente in collaborazione con la pianista Isabella Turso e con il cantante Emiliano Pepe.
Ripartirei proprio da Variazioni, per provare a fantasticare sulle ragioni di questa inversione di rotta. L’album contenente qualche inedito e svariati riarrangiamenti al pianoforte di canzoni già pubblicate, era a suo modo la sintesi e la chiusura di un cerchio. O forse più correttamente il punto al centro di un cerchio iniziato nel 2006 con Musica Senza Musicisti e concluso nel 2015 con il doppio D’iO / L’ottavia.
Variazioni era un tentativo (ben riuscito, a mio vedere) di far convivere assieme una discografia sfuggente e che era arrivata molto più in là di quanto lo Jacopo del 2006 potesse probabilmente predire.

Copertina alternativa di Variazioni (2017) e copertina di Ondagranda (2019).

E dopo la fine, non può che esserci un nuovo inizio, che non deve obbligatoriamente seguire un percorso o tentare di ricalcare quanto già fatto. Bir Tawil parte da questo presupposto, ricominciare senza costrizioni e senza guardarsi alle spalle. È vero che nell’album si riescono a sentire le influenze dei lavori precedenti - non è così raro percepire un suono, un cantato, un gioco di parole, che porta alla mente a canzoni passate - ma quelle stesse formule sono ampliate, stravolte, inserite in un contesto differente, spesso meno melodico, più intimo e intimista. È così che assume un senso il sapore home made da cameretta del disco.

Impossibile però passare ad un’analisi vera e propria senza comprendere a pieno il titolo (per quanto allo stesso tempo sia banale e scontato doverne parlare).
Il Triangolo di Bir Tawil è una terra nullius, una terra di nessuno. Una regione al confine tra Egitto e Sudan, che entrambi gli stati dovrebbero possedere ma che nessuno vuole. Un territorio arido che a nessuno interessa reclamare, che fa da contraltare al vicino Triangolo di Hala’ib, la regione nubiana con sbocco sul Mar Rosso che al contrario è reclamata da entrambi e che quindi è di tutti.
Una squisita contrapposizione che porta su un piano reale la duplicità dell’essenza, il rapporto che ognuno di noi ha col mondo dove il proprio valore e la propria collocazione dipende da come i soggetti esterni a noi ci percepiscono e ci posizionano. Il nostro io esiste solo nel momento e nel modo in cui qualcun altro ci pone un confine e ci definisce, o per dirla alla Dargen:

Non sempre l’ascoltatore è il limite di chi parla
È tutto quello che non scrivo o che scrivo e non ti arriva
A darti un limite fino alla strofa successiva
È come dire che ciò che non fa il tuo collega
Necessariamente ti influenza e vi collega
- Limitato dal Poeta

L’Egitto in giallo, il Sudan in blu. In verde, la zona contesa da entrambi gli stati. In bianco, al centro, la terra disconosciuta da entrambi: Bir Tawil. (Diritti immagine)

Ma Bir Tawil non è solo questo, è un area di solitudine di non corrispondenza con l’ambiente che ci circonda. È l’espressione di un sentimento che per forza di cose tutti abbiamo dovuto vivere nell’ultimo anno di quarantena. Ognuno di noi vive nel proprio Bir Tawil, una porzione di geografia (fisica e mentale) nel quale ci troviamo rinchiusi e i cui confini separano la nostra essenza dallo spazio circostante.

Mi piace immaginare questo disco come parte di un lavoro più grande comprendente un futuro Hala’ib, un album più aperto, amichevole, commerciale. Sarei curioso di vedere quest’altra medaglia, ma non credo succederà perché il Bir Tawil dargeniano non ha volontarietà e precostruzione, ma è anzi la conseguenza di una situazione esistente.

Ok tutto interessante, ma questo Bir Tawil di Dargen però com’è?

Già, com’è? Innanzitutto è un album lunghissimo (molto più lungo di questo articolo). Non tanto in senso assoluto - anche se rimane il più lungo per Dargen da almeno una decina d’anni - ma lo è sicuramente in senso relativo: un’ora e sedici minuti per quindici tracce, solo una traccia sotto i tre minuti, un brano da oltre tredici minuti (!), uno da oltre nove, nessuno skit. Durata media: 5,06 periodico.
No, non si presenta come un album pop. E non gli interessa esserlo. Ma questo non significa che voglia non esserlo a tutti i costi. Perché, per quanto musicalmente sia complesso e necessiti di vari ascolti per anche solo acquisire la chiave di decifrazione di alcuni testi, le melodie di alcuni singoli passaggi sanno essere particolarmente accattivanti. Ne è un forte esempio “Boulevard Verona”, un tema d’amore abbastanza classico con un ritornello estremamente catchy. Il tutto inserito all’interno di un brano da più di sei minuti con svariati passaggi atipici: parti parlate, parole troncate, versi, e una struttura decisamente inconsueta. Un ritornello ripetuto all’infinità, una finta strofa di apertura che è più un secondo ritornello e un’unica vera lunga strofa centrale seguita da una strofa ponte parlata che funge da ideale outro, mentre la base si svuota fino a spegnersi. Poi subito riparte ed ecco di nuovo ritornello, secondo ritornello e altri due minuti di canzone.

Perché mai mettercela tutta, se tanto tutto non è abbastanza? Forse è sufficiente abbastanza, abbastanza è la soluzione.
- Abbastanza

La forma-canzone è proprio la parte dove si trova più gioco lungo tutto l’album, i ritornelli sono pochissimi, le variazioni tante e mai omogenee. Da questo punto di vista uno dei pezzi più riusciti è “Abbastanza”, che presenta il ritornello posto all’inizio e alla fine del brano e come collante una strofa unica su una base viva e in continuo movimento. Il concetto però è portato all’estremo da “Non sono più innamorato”, che personalmente reputo tra le canzoni più belle e travolgenti di tutta la discografia dargeniana, ma i cui tredici minuti e otto secondi sono l’ultimo degli ostacoli che si frappongono tra l’artista e l’ascoltatore.
La struttura può ricordare vagamente quella già sperimentata in “Ode con creta”(canzone chiave de L’ottavia) dove degli stracci di testo si ripetono assiduamente. Una ventina di barre si intrecciano con un beat ritmato in una formula che continua a cambiare e a muoversi. Il cantato è prima aperto, ora più intenso; prima più melodico poi più ritmico. Intanto nel beat i vari strumenti si susseguono nel ruolo di protagonisti dando sempre una veste nuova alla stessa base. Se in una quartina sarà il riff di tastiera a risaltare, in quella successiva avremo delle percussioni o una batteria sintetica. Infine, anche qui come in “Abbastanza” si apre e si chiude con il medesimo testo, stavolta non un ritornello ma un’intera strofa rappata, apparentemente scollegata dal resto della canzone.
Una composizione che miscela tante versioni dello stesso brano, dando vita a un brano monstre in cui tutte le combinazioni possibili esistono simultaneamente. Una canzone singolare se non unica sotto molteplici aspetti, che ricorda più un freestyle live che un brano in studio.

Nemo propheta in patria, come Gulliver, come il Papa
Io ho la residenza in una sauna
Isolata, tipo razza sarda
E non è una coincidenza, senza sauna anch’io sarei finito male
Come Firenze se malauguratamente fosse rimasta capitale
- Monte

Ma tolto questo brano estremo (comunque non solitario), nell’album convivono anche canzoni più facili da comprendere e recepire, per quanto mai immediate e lineari. Si passa dall’intro “Monte” (una traccia con un testo ricco di citazionismo e in cui Dargen parla a modo suo del music business) alla successiva “Senza restare da soli”, che ricorda tantissimo il felice esistenzialismo di D’iO (e che si candida a ruolo di nuova instant classic della discografia). Poi ancora le già citate “Abbastanza” e “La danza samba”, che di samba ha ben poco ma in compenso ha una glaciale atmosfera da fine del mondo.
Il disco però paradossalmente soffre proprio nei passaggi più leggeri, tant’è che la doppietta “Umanità” e “La mamma del mio amico” è probabilmente il punto più debole dell’album — anche se la prima piacerà molto ad alcuni ascoltatori e regala uno dei versi più divertenti da ascoltare.
Il sound è coerente e coeso lungo tutto l’album. Un largo uso di synth e beat non eccessivamente stratificati vanno a comporre un’elettronica densa e ben amalgamata. I sintetizzatori hanno un ruolo centrale, capitalizzano la scena tanto nei riff quanto in singoli sprazzi atti a sottolineare punti specifici del testo. Dargen ha prodotto tutto da sé e si sente nell’uniformità di idee, ma allo stesso tempo si nota un netto salto in avanti nell’autoproduzione dell’artista milanese rispetto al passato.

La macchinetta per l’acqua alla fermata Garibaldi
Continua a fare errori e mi dà il resto, però per eccesso
E ho fatto il calcolo, potrei arricchirmi nel giro di… mille anni


ma sospetto la ripareranno molto presto
- Umanità

Dal punto di vista delle liriche, la firma di Dargen è sempre ben leggibile, elegante, distinguibile da qualsiasi altro artista italiano. Stilisticamente non troviamo nulla che l’autore non avesse già esplorato fino ad adesso, con però delle mescolanze sempre differenti tra scrittura, argomento e melodia (d’altronde, citando Nostalgia istantanea: “Le parole / Sempre quelle / L’arte è cambiare l’ordine”). La forma è generalmente più ermetica, asciutta. Lo storytelling, anche quando presente, lascia ampi margini di interpretazione. Non c’è quindi spazio per testi che possano essere assorbiti con la stessa immediatezza di “La mia generazione” e “Ama noi”. Si dà molto rilievo all’interpretazione e all’auto-comprensione dell’ascoltatore.
Il cardine compositivo è segnato da “Ma non era vero”, uno stupendo racconto tra realtà e sogno in cui la separazione tra il protagonista e la sua Lei è tanto fisica quanto mentale. Una poesia che può dare adito a interpretazioni con significati soggettivi dell’ascoltatore, all’interno di un tema malinconico ed etereo.
Il tema centrale è quello dell’esistenza e dell’esistere, il tempismo e la relazione tra corpo e uomo. C’è tanto animismo, ma anche senso di disgregazione del corpo. E poi ovviamente l’ecologismo, l’umanismo, l’ambientalismo.
A questo si sommano alcuni temi e lessico ricorrenti. Su tutti quelli legati alla salute: le malattie, i medici, i virus. Poi il cibo e soprattutto gli zuccheri, e ancor più gli zuccheri intesi come droga e malattia. Infine l’acqua e i sogni.

Che strani giochi fa la mente
Penso che l’amo davvero ma dirlo adesso
Non cambierebbe veramente niente
Così le dico: “Guarda la luna”
Ma lei è triste e nota solo le ditate
La mia religione non comunica
È una sola ed è la somma di tutte
Dice che eroi ed errori sono solo nei libri
Siamo un pianeta di dittatori pigri
E distingui l’animale dalle persona perché la persona ti bidona
Però ti prego perdona chi ti abbandona
- Ma non era vero

Chiudo con l’altro grande brano, che potrebbe passare inosservato a causa della sua natura,“Dalla parte della legge”.
Da un lato è uno dei pochi brani che rispetta una struttura della canzone classica (tre strofe e tre ritornelli), dall’altro su un andamento lento ma carico di tensione il testo balza tra un argomento e l’altro: viviamo il viaggio fuori da un ospedale di un uomo malato in cui l’auto-consapevolezza del proprio stato di salute procede di pari passo con pensieri sul rapporto che la società ha con la sanità e la medicina. E infine uno dei ritornelli più entusiasmanti ci porta all’interno di un tram, fisico e reale per il protagonista, psicologico e spirituale per noi. L’invito di non parlare al conducente (ché tanto non ci risponde) può essere esteso come invito a non cercare conforto in chi per l’appunto conduce il nostro percorso: lo stato, chi detta le regole, chi ha il potere, noi tutti come società, Dio.

Ma da qualche parte dovrà pure cominciare
A crescere il mondo dei giusti
Sopprimere le disuguaglianze, uniformandoci, comandando i gusti
Le intolleranza alimentari
L’ospitalità per chi arriva, arriva
Gli insetti da mangiare
Rispettarne la carne finché è viva

Non parlate al conducente
Da questa porta vietato scendere
Non parlate al conducente
Non mi risponde, non te la prendere
Cerca di distrarre la mente
Se sei intollerante all’ambiente
Ma non parlare al conducente
Non ti risponde, non serve a niente
- Dalla parte della legge

Bir Tawil è un album che è passato ingiustamente in sordina. Non tanto da parte del grande pubblico, al quale il lavoro non è minimamente diretto, ma soprattutto della critica. Concentrata a stilare le classifiche di fine anno si è un po’ persa questa grande opera che paga certamente l’arrivo da ritardatario alla fine dell’anno. E in un mercato che deve sempre marciare avanti - anche quando le uscite sono poche e onestamente di valore artistico certamente inferiore - non vi è più il tempo per recuperare un album uscito ormai più di un mese fa. Purtroppo, stranamente, mi sembra che l’album sia passato un po’ di traverso anche tra i fan, uno zoccolo duro che solitamente segue Dargen attraverso qualsiasi percorso artistico decida di intraprendere, per quanto ostico o atipico possa essere. Questa è solo una mia impressione: difficile giudicare da questo punto di vista un prodotto non da classifica, uscito solo in doppio vinile, con pochissima promozione sui social, senza merchandising, senza concerti, senza videoclip, senza singoli di accompagnamento (i quattro singoli sono usciti tutti tra aprile e luglio).
Un peccato, in ogni caso, che Dargen riceva il supporto più basso in uno dei momenti più alti della propria carriera. Impossibile e inutile fare una classifica di tutti gli album, ma è ugualmente difficile non posizionare quest’album tra i mostri sacri della sua discografia: la complessità delle origini, la maturità degli ultimi anni, la sperimentazione di Nostalgia Istantanea. Insieme fanno un album completo, estremo e unico. Un album che solo Dargen D’amico poteva pensare, realizzare e portare sul mercato.

Tracklist (canzoni chiave in grassetto)

  1. Monte — 3:56
  2. Senza restare da soli — 4:07
  3. Due gemelli — 3:22
  4. La danza samba — 5:03
  5. Ma non era vero — 3:49
  6. Dalla parte della legge — 5:26
  7. Jacopo — 2:40
  8. Abbastanza — 3:57
  9. Boulevard Verona — 6:29
  10. Umanità — 3:30
  11. La mamma del mio amico — 3:56
  12. Non sono più innamorato — 13:08
  13. La vocina nella testa — 3:15
  14. Vedova — 9:06
  15. Internet è un virus — 4:30

Scrivo di quello che mi va, quando mi va, se mi va.

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